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Matrimoni gay: un passo avanti e due indietro

Matrimoni gay: un passo avanti e due indietro

Mentre la metà del mondo esulta dinanzi alla foto delle due spose che si tengono per mano, l’altra metà inorridisce.

I matrimoni gay dividono l’umanità: o si è pro o si è contro, nessuna mezza misura è tollerata.

Nel 1950 avere rapporti omosessuali era illegale pressoché ovunque.

Oggi avere rapporti omosessuali è legale in 113 paesi.

I matrimoni gay e le unioni civili sono riconosciuti in molte nazioni ed in occidente non è più socialmente accettabile essere omofobici.

Tuttavia, c’è una parte del mondo in cui essere omosessuali è molto difficile.

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Fast wedding: come sposarsi all’estero (e non ritrovarsi single o bigami in Italia)

Fast wedding: come sposarsi all’estero (e non ritrovarsi single o bigami in Italia)

L’esterofilia, sebbene non sia una malattia, è molto contagiosa.

La definizione che ne dà il noto dizionario Sabatini-Coletti è la seguente: “sopravvalutazione di tutto ciò che è straniero”.

Noi italiani siamo affetti da questa strana sindrome e la manifestiamo in tutti i settori della nostra vita.

Anche il fatidico “sì” diventa speciale se detto all’estero.

Attenzione però, il matrimonio celebrato all’estero è valido solo se vengono rispettate alcune regole e seguiti determinati iter burocratici.

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Il paradosso del ripensamento

Il paradosso del ripensamento

Secondo la filosofia orientale chi non cambia mai idea o è il più grande dei saggi o è il più sciocco fra gli stolti.

Ma siamo sicuri che un ripensamento non è mai una cosa sbagliata?

Alla voce ripensamento il  dizionario Sabatini-Coletti scrive: Rinnovata riflessione su qualcosa specialmente alla luce di nuovi fatti, di nuove conoscenze;  cambiamento di idea, di opinione …”.

La possibilità di ingranare la retromarcia è prevista anche dal nostro diritto ed assume la fisionomia del recesso o di diritto al ripensamento nella contrattualistica, mentre in ambito di diritto di famiglia si suole parlare di facoltà di ripensamento o di ritrattazione del consenso prestato.

E’ cronaca recente la notizia della revoca della procedura di adozione della minore partorita e abbandonata dalla suora stuprata.

La vicenda è notissima: una suora congolese viene stuprata da un sacerdote, anche lui congolese, rimasto ignoto e, nel 2011, dà alla luce una bambina che non riconosce.

La bambina viene affidata ad una coppia di coniugi, ma la suora 73 giorni dopo il parto ci ripensa, si pente di averla abbandonata e riconosce la bambina.

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Chi sono? Identità degli adottati

Chi sono? Identità degli adottati

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Chi sono? E’ la domanda più antica dell’essere umano.

Se la sono posti poeti, cantautori, filosofi, psicologi, sociologi, tutti alla ricerca della propria identità e della propria vera essenza.

Sapere dov’è l’identità è una domanda senza risposta”, diceva Jose Saramago.

Niente di più vero per gli adottati.

Ad un certo punto della loro esistenza, infatti, sorge impellente la necessità di conoscere le proprie origini familiari, le proprie radici al fine di ricostruire la propria storia personale per raggiungere una completa conoscenza di sé.

Questo diritto, però, si scontra con la normativa nazionale che non consente al figlio adottato e non riconosciuto alla nascita di accedere all’identità dei propri genitori biologici, considerando prevalente l’interesse del genitore di conservare l’anonimato rispetto all’interesse del figlio di conoscerne l’identità.

Tale divieto non opera per i figli adottivi riconosciuti alla nascita, i quali possono avere accesso alle informazioni che riguardano le proprie origini e l’identità dei propri genitori di sangue al raggiungimento del  25esimo anno di età.

L’art. 250 del codice civile e l’art. 28, comma 7, della legge 184/1983 conferiscono espressamente ad una donna la possibilità di chiedere l’anonimato del parto e il segreto sulla sua identità che viene integralmente tutelato, salvo autorizzazione espressa dell’autorità giudiziaria.

L’anonimato dura 100 anni, poi è possibile accedere all’atto di nascita.

E’ evidente come il diritto del figlio di conoscere le proprie origini si scontra con l’interesse della madre a conservare l’anonimato per tutelare la propria salute partorendo in condizioni sanitarie adeguate.

Tuttavia l’esigenza che l’ordinamento tende a tutelare  è, da un lato,  la salute della madre e del minore durante la gravidanza e il parto e, dall’altro, evitare aborti clandestini o abbandoni «selvaggi».

La Corte Europea dei diritti Umani ha, però, ritenuto che la normativa italiana non “dà alcuna possibilità al figlio adottivo e non riconosciuto alla nascita di chiedere l’accesso ad informazioni non identificative sulle sue origini o la reversibilità del segreto. In queste condizioni, la Corte ritiene che l’Italia non abbia cercato di stabilire un equilibrio e una proporzionalità tra gli interessi delle parti in causa e abbia dunque oltrepassato il margine di discrezionalità che le è stato accordato. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei dritti dell’uomo”(CEDU n. 33783/2012).

L’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare senza alcuna ingerenza di autorità pubblica “a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

Quindi, agevolare gli adottati ad accedere alle proprie origini significa favorire la ricostruzione della loro identità e  della loro memoria.

Il  duro monito della Corte Europea dei diritti dell’Uomo dovrà spronare il nostro governo a non consentire  più che esistano figli senza ricordi, senza storia e quindi  senza passato.