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IN THE NAME OF LOVE. A proposito di adozione

adozione-bambiniPhilomena Lee  è una donna coraggiosa decisa a ritrovare il proprio figlio che è stata costretta a dare in adozione.

Philomena è il titolo dell’ultimo film di  Stephen Frears tratto dal libro di Martin Sixsmith intitolato “The Lost Child of Philomena Lee” presentato al 70 ‘ Festival del Cinema di Venezia, che spero presto avremo il piacere di vedere nelle nostre  sale cinematografiche.

Per il momento accontentiamoci di leggere le recensioni che lo definiscono un vero capolavoro.

Inspirato ad una storia vera, il film è un viaggio verso la ricerca della verità compiuto dai due protagonisti: una donna di umili origini, ripudiata dalla famiglia per aver commesso l’imperdonabile e vergognoso atto di partorire un figlio nato fuori dal matrimonio ed un giornalista che l’aiuta nella ricerca del figlio perduto.

La storia ci offre tanti spunti di riflessione su temi molto attuali e controversi.

Primo fra tutti l’ equiparazione fra figli Iusti  (legittimi) e figli vulgo concepti  (figli naturali) sancita dalla recente Legge n. 219 del 10.12.2012, che ha stabilito che tutti i figli hanno il medesimo stato giuridico [vedi anche art. “Parenti serpenti”]  e la problematica dell’adozione.

Il termine Adottare deriva dal latino ADOPTARE composto dalla particella AD che indica il fine ed il verbo OPTARE che assume il significato di scegliere.

Quindi, nella terminologia giuridica il verbo adoptare assume la connotazione specifica di eleggere, scegliere,  prendere in virtù di un atto solenne come figliolo legittimo, chi non lo è per natura.

L’adozione è un istituto molto antico, conosciuto dalle società preromane; si pensi che già il codice di Hammurabi nel 2000 a.c. parlava di adozione intesa come passaggio di un soggetto da un nucleo familiare all’altro.

Nell’antica Roma l’adozione raggiunge una notevole importanza sia sotto il profilo familiare, che politico con il precipuo fine volto alla conservazione del nome di famiglia ed alla acquisizione della qualifica di eredi.

Nel diritto romano la famiglia con il suo patrimonio costituiva un elemento di forza e di importanza politica; la mancanza di figli naturali poteva determinare l’estinzione della famiglia con l’eventuale e conseguente dismissione dell’intero patrimonio.

L’istituto della adozione aveva una evidente finalità patrimoniale,  legata alle esigenze di  perpetuazione del nomen familiae , dei titoli e dei possessi.

Forse non tutti sanno che solamente a partire dal 1942 in Italia venne introdotta per la prima volta la possibilità di adottare  minorenni.

Ma si deve attendere la legge n. 184 del 1983, perché l’istituto dell’adozione  cessi definitivamente di essere considerata esclusivamente come strumento idoneo a conseguire gli interessi degli adulti al fine di creare una discendenza o di mantenere all’interno delle mura domestiche proprietà e prestigio.

La nuova cultura dei diritti dell’infanzia, ed  in particolare il diritto del minore alla famiglia, hanno determinato quella che fu definita una vera e propria rivoluzione copernicana dell’adozione nel nostro paese.

Finalmente il minore veniva posto al centro  con il proprio diritto ad avere una famiglia, seppur adottiva, in caso di abbandono  accertato giudizialmente.

Il ruolo centrale della famiglia nella crescita di ciascun individuo viene definitivamente ribadito anche nel nuovo testo della legge 184 così come novellata nel 2001 dalla legge n. 149 del 28 marzo.  All’articolo 1, infatti, intitolato  “diritto del minore ad una famiglia “  si prevede  la garanzia per il minore a vivere, crescere ed essere educato all’interno di una famiglia “senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento”.

Adottare non significa più scegliere ma accogliere: la cultura patrimonialistica propria  dell’originario istituto dell’adozione, viene sostituita dalla cultura dell’accoglienza e della solidarietà.

Ed è proprio in questa ottica che è stata lanciata dall’Associazione Amici dei bambini (Aibi), la proposta di candidare la famiglia adottiva al Nobel per la Pace 2015.

Il prestigioso premio Nobel per tutte quelle famiglie che, sottolinea Aibi, “si fanno quotidiano carico del dialogo, della comprensione, della cura, dell’integrazione interculturale e interrazziale, giorno per giorno, dentro la loro casa”. “Senza proclami o roboanti dichiarazioni di principio, costruiscono una società dell’accoglienza a partire dalla pratica, dalla ‘normale’ e straordinaria vita domestica”.

Un passo importantissimo, continua Aibi, “per cambiare la mentalità corrente sull’adozione: non più un atto privato della coppia, ma un atto di giustizia, che ristabilisce un diritto negato e, per troppo tempo, disatteso, il riconoscimento che ogni minore deve vivere con un padre e una madre”.

Un passo importantissimo, diciamo noi, perché l’adozione diventi un istituto per una convivenza costruita “ In nome dell’Amore.”

Parenti serpenti?

Parenti serpenti?

Una scena del film "Parenti serpenti".

Una scena del film “Parenti serpenti”.

Era il 1992 quando Mario Monicelli rappresentava nell’omonimo film una realtà familiare ipocrita ed estremamente cinica.

Chi sa se la partecipazione dei figli naturali a quel “menage“ familiare, avrebbe modificato il tragico epilogo della storia.

I parenti nell’immaginario collettivo hanno sempre avuto una connotazione negativa.

Molti parenti, molti tormenti”, “I parenti sono come le scarpe, più sono stretti, più fanno male”.

Le relazioni parentali, tuttavia, sono importanti perché costituiscono la grammatica elementare di ogni società, il primo modo in cui gli uomini organizzano le relazioni sociali.

Non esiste società che non abbia regolamentato i rapporti tra genitori e figli.

Ed in una società, come quella italiana, in cui un bambino su quattro nasce fuori dal matrimonio, si è finalmente deciso di equiparare lo status giuridico dei figli.

Dal 1° gennaio 2013, data in cui è entrata in vigore la Legge 219 del 10.12.2012 che ha modificato l’art. 74 del c.c., non c’è più differenza tra figli legittimi e figli naturali.

Tutti i figli sono uguali dinanzi alla legge.

Viene sancito il c.d. principio dell’unicità dello stato giuridico dei figli.

Ciò significa che il vincolo di parentela, sussistente sino ad ora solamente tra il genitore ed il figlio naturale riconosciuto, si estende anche ai parenti del genitore stesso con i relativi diritti e obblighi di assistenza morale e materiale oltre che di successione.

I figli naturali avranno, quindi, un vincolo di parentela con tutti i parenti dei genitori (nonno, zii, cugini).

Non sorgerà, invece, alcun vincolo di parentela nel caso di adozione di maggiorenni.

Assicurare una discendenza a chi ne sia privo mediante la trasmissione del cognome e del patrimonio, non fa venire meno i diritti e i doveri dell’adottato nei confronti della famiglia d’origine.

Ma come ben si può comprendere gli effetti principali della riforma si manifesteranno sul piano ereditario.

Non esisterà più il diritto alla commutazione, ovvero la possibilità per i figli naturali di essere liquidati dai figli legittimi in sede successoria con denaro o beni immobili ereditari, perché concorreranno a pieno titolo ed a pari merito con questi ultimi nella comunione ereditaria.

Anche la successione tra fratelli verrà modificata. Prima della riforma non vi era alcun rapporto di parentela tra fratelli legittimi e fratelli naturali, questi ultimi avrebbero potuto ereditare dai fratelli legittimi solo in assenza dei parenti entro il sesto grado con priorità sullo Stato.

Oggi la morte di un fratello legittimo senza figli determina la successione dei suoi fratelli che erediteranno a prescindere dal proprio status .

Ma eliminare qualsiasi forma di discriminazione tra figli naturali e figli legittimi contribuirà ad evitare contrasti, dissidi e lotte familiari?

Sicuramente al tradizionale pranzo parentale della domenica parteciperà qualche commensale in più, e forse, sarà quella l’occasione per seguire il consiglio di Oscar Wilde il quale affermava : “A tavola perdonerei chiunque. Anche i miei parenti.”