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Il valore di una condanna

Il valore di una condanna

Può una condanna essere uno stimolo per cambiare?

In un paese come il nostro, in cui le leggi ed i principi di diritto non vengono rispettati ma solo subiti, la sentenza di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo n. 77/07, emessa lo scorso 7 gennaio, potrebbe essere un ottimo catalizzatore del cambiamento.

Stiamo parlando della pronuncia adottata dalla Corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia, in materia di attribuzione del cognome materno.

Attualmente nel nostro paese al neonato si attribuisce il cognome del padre, mentre solo in casi eccezionali e mediante una macchinosa procedura è possibile inserire anche il cognome materno [vedi anche art “Voglio il cognome di mamma!”].

La Corte e.d.u. (Corte europea dei diritti dell’uomo) ha stabilito che “La preclusione nell’assegnazione al figlio del solo cognome materno è una discriminazione sulla base del sesso e costituisce una violazione dell’art. 8 e dell’art. 14 della Convenzione europea sui diritti del’uomo.”

Anche il rispetto della vita privata ed il divieto di eccesive ingerenze da parte dello stato nella vita familiare, devono essere rispettivamente garantiti e tutelati.

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Voglio il cognome di mamma!

Voglio il cognome di mamma!

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Matronimico o patronimico: questo è il problema!

La  matronimia è quella consuetudine per la quale i figli derivano il loro nome da quello della madre e si contrappone alla patronimia.

La possibilità per la madre di trasmettere il proprio cognome al figlio è sempre stata giudicata marginale, se non addirittura effimera.

L’attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo opera automaticamente.

Nessuna norma di diritto positivo regola questo tipo di trasmissione: essa, infatti, è frutto di una consuetudine  saldamente radicata nella tradizione italiana.

Interrompere questa patrilinearità nel nostro paese significa operare una vera e propria rivoluzione culturale.

Il codice civile, tuttavia, all’art. 262 stabilisce che se il figlio naturale viene riconosciuto prima dalla madre e poi dal padre (o quando la filiazione paterna viene accertata successivamente), il cognome paterno può essere aggiunto a quello della madre o sostituito ad esso.

Con il cognome si trasmette non solo una identità  individuale, ma anche una identità sociale.

Non consentire l’attribuzione del cognome materno è discriminatorio e veicola un messaggio di parziale uguaglianza tra i coniugi, in quanto relega le madri al ruolo di detentrici della nascita biologica e non della nascita sociale del proprio figlio.

Nominare è dominare!

Solamente quando da madri potremmo trasmettere il cognome ai nostri figli, potremmo finalmente dire di aver infranto l’ennesimo baluardo dei diritti civili.

Il legislatore italiano, per il momento, si è solo preoccupato di semplificare la procedura per il cambiamento del cognome e con il  D.P.R. n. 54 del 13.03.2012 ha ampliato la platea dei nuovi destinatari del provvedimento.

In buona sostanza, oggi chiunque potrà chiedere di aggiungere il cognome materno a quello paterno, le donne divorziate o vedove potranno aggiungere il cognome del nuovo marito ai propri figli e gli stranieri diventati cittadini italiani potranno chiedere di mantenere il cognome con cui erano identificati all’estero.

L’istanza di cambio cognome potrà essere rivolta direttamente al Prefetto della Provincia  che diventa l’unica autorità decisionale.

Attenzione però, “ L‘istante non ha un diritto soggettivo al cambiamento del nome e/o cognome, trattandosi invece sempre di un provvedimento soggetto a discrezionalità amministrativa”  recita testualmente la circolare interpretativa del nuovo D.P.R. n. 54/2012.

Quindi, assume fondamentale importanza l’indicazione precisa delle ragioni che muovono l’istante a richiedere la modifica del proprio nome e/o cognome, affinché  possa esserne valutata  la meritevolezza e “ l’eventuale conflitto con situazioni giuridiche facenti capo a terzi” e che venga contemperato  “il delicato equilibrio tra l’esigenza pubblicistica dell’attribuzione dello status e il diritto all’identità personale”.