Italian Modern Family: si può legittimamente parlare di adozione gay?

Italian Modern Family: si può legittimamente parlare di adozione gay?

Due padri gay e cittadini italiani hanno chiesto la trascrizione in Italia, in base all’articolo 36 comma 4 della legge 184/83, della adozione di due bambini avvenuta nel Regno Unito.

E’ proprio la nostra legge dell’ormai lontano 1983 a prevedere la validità anche in Italia dell’adozione avvenuta in un paese straniero da parte di cittadini italiani che dimostrino di avervi soggiornato continuativamente e di avervi la residenza da almeno due anni, purché essa sia “conforme ai principi della Convezione dell’Aja” del 29 maggio 1993.

(altro…)

Le relazioni spezzate

Le relazioni spezzate

Le scoperte più originali, si sa, si fanno per caso.

Alla fine della mia visita presso il Parlamentarium, il centro visitatori del Parlamento Europeo di Bruxelles, mi sono imbattuta in una strana e, sul momento, incomprensibile esposizione temporanea.

L’attenzione degli altri visitatori mi ha spinto ad indagare, così ho cercato di capire il significato di tutti quegli oggetti di uso comune li esposti con tanto di testo in inglese accanto.

Stavo visitando “The Museum of broken relationship”, ovvero il museo delle relazioni spezzate.

Tutti gli oggetti esposti rappresentavano ed assumevano il ruolo di testimoni silenti di relazioni amorose finite, fallite o semplicemente ricordate.
Accanto ad ogni oggetto veniva raccontata la storia d’amore rappresentata in lingua inglese ed in forma anonima.

(altro…)

IN THE NAME OF LOVE. A proposito di adozione

adozione-bambiniPhilomena Lee  è una donna coraggiosa decisa a ritrovare il proprio figlio che è stata costretta a dare in adozione.

Philomena è il titolo dell’ultimo film di  Stephen Frears tratto dal libro di Martin Sixsmith intitolato “The Lost Child of Philomena Lee” presentato al 70 ‘ Festival del Cinema di Venezia, che spero presto avremo il piacere di vedere nelle nostre  sale cinematografiche.

Per il momento accontentiamoci di leggere le recensioni che lo definiscono un vero capolavoro.

Inspirato ad una storia vera, il film è un viaggio verso la ricerca della verità compiuto dai due protagonisti: una donna di umili origini, ripudiata dalla famiglia per aver commesso l’imperdonabile e vergognoso atto di partorire un figlio nato fuori dal matrimonio ed un giornalista che l’aiuta nella ricerca del figlio perduto.

La storia ci offre tanti spunti di riflessione su temi molto attuali e controversi.

Primo fra tutti l’ equiparazione fra figli Iusti  (legittimi) e figli vulgo concepti  (figli naturali) sancita dalla recente Legge n. 219 del 10.12.2012, che ha stabilito che tutti i figli hanno il medesimo stato giuridico [vedi anche art. “Parenti serpenti”]  e la problematica dell’adozione.

Il termine Adottare deriva dal latino ADOPTARE composto dalla particella AD che indica il fine ed il verbo OPTARE che assume il significato di scegliere.

Quindi, nella terminologia giuridica il verbo adoptare assume la connotazione specifica di eleggere, scegliere,  prendere in virtù di un atto solenne come figliolo legittimo, chi non lo è per natura.

L’adozione è un istituto molto antico, conosciuto dalle società preromane; si pensi che già il codice di Hammurabi nel 2000 a.c. parlava di adozione intesa come passaggio di un soggetto da un nucleo familiare all’altro.

Nell’antica Roma l’adozione raggiunge una notevole importanza sia sotto il profilo familiare, che politico con il precipuo fine volto alla conservazione del nome di famiglia ed alla acquisizione della qualifica di eredi.

Nel diritto romano la famiglia con il suo patrimonio costituiva un elemento di forza e di importanza politica; la mancanza di figli naturali poteva determinare l’estinzione della famiglia con l’eventuale e conseguente dismissione dell’intero patrimonio.

L’istituto della adozione aveva una evidente finalità patrimoniale,  legata alle esigenze di  perpetuazione del nomen familiae , dei titoli e dei possessi.

Forse non tutti sanno che solamente a partire dal 1942 in Italia venne introdotta per la prima volta la possibilità di adottare  minorenni.

Ma si deve attendere la legge n. 184 del 1983, perché l’istituto dell’adozione  cessi definitivamente di essere considerata esclusivamente come strumento idoneo a conseguire gli interessi degli adulti al fine di creare una discendenza o di mantenere all’interno delle mura domestiche proprietà e prestigio.

La nuova cultura dei diritti dell’infanzia, ed  in particolare il diritto del minore alla famiglia, hanno determinato quella che fu definita una vera e propria rivoluzione copernicana dell’adozione nel nostro paese.

Finalmente il minore veniva posto al centro  con il proprio diritto ad avere una famiglia, seppur adottiva, in caso di abbandono  accertato giudizialmente.

Il ruolo centrale della famiglia nella crescita di ciascun individuo viene definitivamente ribadito anche nel nuovo testo della legge 184 così come novellata nel 2001 dalla legge n. 149 del 28 marzo.  All’articolo 1, infatti, intitolato  “diritto del minore ad una famiglia “  si prevede  la garanzia per il minore a vivere, crescere ed essere educato all’interno di una famiglia “senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento”.

Adottare non significa più scegliere ma accogliere: la cultura patrimonialistica propria  dell’originario istituto dell’adozione, viene sostituita dalla cultura dell’accoglienza e della solidarietà.

Ed è proprio in questa ottica che è stata lanciata dall’Associazione Amici dei bambini (Aibi), la proposta di candidare la famiglia adottiva al Nobel per la Pace 2015.

Il prestigioso premio Nobel per tutte quelle famiglie che, sottolinea Aibi, “si fanno quotidiano carico del dialogo, della comprensione, della cura, dell’integrazione interculturale e interrazziale, giorno per giorno, dentro la loro casa”. “Senza proclami o roboanti dichiarazioni di principio, costruiscono una società dell’accoglienza a partire dalla pratica, dalla ‘normale’ e straordinaria vita domestica”.

Un passo importantissimo, continua Aibi, “per cambiare la mentalità corrente sull’adozione: non più un atto privato della coppia, ma un atto di giustizia, che ristabilisce un diritto negato e, per troppo tempo, disatteso, il riconoscimento che ogni minore deve vivere con un padre e una madre”.

Un passo importantissimo, diciamo noi, perché l’adozione diventi un istituto per una convivenza costruita “ In nome dell’Amore.”

Chi sono? Identità degli adottati

Chi sono? Identità degli adottati

images (2)

Chi sono? E’ la domanda più antica dell’essere umano.

Se la sono posti poeti, cantautori, filosofi, psicologi, sociologi, tutti alla ricerca della propria identità e della propria vera essenza.

Sapere dov’è l’identità è una domanda senza risposta”, diceva Jose Saramago.

Niente di più vero per gli adottati.

Ad un certo punto della loro esistenza, infatti, sorge impellente la necessità di conoscere le proprie origini familiari, le proprie radici al fine di ricostruire la propria storia personale per raggiungere una completa conoscenza di sé.

Questo diritto, però, si scontra con la normativa nazionale che non consente al figlio adottato e non riconosciuto alla nascita di accedere all’identità dei propri genitori biologici, considerando prevalente l’interesse del genitore di conservare l’anonimato rispetto all’interesse del figlio di conoscerne l’identità.

Tale divieto non opera per i figli adottivi riconosciuti alla nascita, i quali possono avere accesso alle informazioni che riguardano le proprie origini e l’identità dei propri genitori di sangue al raggiungimento del  25esimo anno di età.

L’art. 250 del codice civile e l’art. 28, comma 7, della legge 184/1983 conferiscono espressamente ad una donna la possibilità di chiedere l’anonimato del parto e il segreto sulla sua identità che viene integralmente tutelato, salvo autorizzazione espressa dell’autorità giudiziaria.

L’anonimato dura 100 anni, poi è possibile accedere all’atto di nascita.

E’ evidente come il diritto del figlio di conoscere le proprie origini si scontra con l’interesse della madre a conservare l’anonimato per tutelare la propria salute partorendo in condizioni sanitarie adeguate.

Tuttavia l’esigenza che l’ordinamento tende a tutelare  è, da un lato,  la salute della madre e del minore durante la gravidanza e il parto e, dall’altro, evitare aborti clandestini o abbandoni «selvaggi».

La Corte Europea dei diritti Umani ha, però, ritenuto che la normativa italiana non “dà alcuna possibilità al figlio adottivo e non riconosciuto alla nascita di chiedere l’accesso ad informazioni non identificative sulle sue origini o la reversibilità del segreto. In queste condizioni, la Corte ritiene che l’Italia non abbia cercato di stabilire un equilibrio e una proporzionalità tra gli interessi delle parti in causa e abbia dunque oltrepassato il margine di discrezionalità che le è stato accordato. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei dritti dell’uomo”(CEDU n. 33783/2012).

L’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare senza alcuna ingerenza di autorità pubblica “a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

Quindi, agevolare gli adottati ad accedere alle proprie origini significa favorire la ricostruzione della loro identità e  della loro memoria.

Il  duro monito della Corte Europea dei diritti dell’Uomo dovrà spronare il nostro governo a non consentire  più che esistano figli senza ricordi, senza storia e quindi  senza passato.