La lunga strada verso la stepchild adoption

La lunga strada verso la stepchild adoption

Ecco le nuove parole del diritto che disorientano e confondono: stepchild adoption, genitore sociale e  affido rinforzato.

Il tanto gettonato, quanto superfluo ed inutile anglicismo con cui i media presentano in modo quasi ossessivo l’adozione del figlio da parte del partner del genitore biologico,  definendola, appunto,  stepchild adoption , ci crea disappunto e sconforto.

Come se l’italiano non avesse risorse lessicali adeguate e sufficienti per esprimere un concetto giuridico, tra l’altro, non nuovo nel nostro diritto.

La legge 184 del 1983 che regola le adozioni, prevede, infatti, la possibilità che il membro di una coppia diventi genitore del figlio, anche adottivo, del coniuge.

Il nuovo testo Cirinnà punta solamente ad estendere questa possibilità alle unioni civili «tra persone dello stesso sesso» .

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E’ giusto cambiare il nome al figlio adottivo?

E’ giusto cambiare il nome al figlio adottivo?

Una mamma adottiva mi ha raccontato questo episodio: il figlio di otto anni, adottato all’età di tre, le ha detto “ Tu non sei la mia mamma vera”.

La mamma le ha risposto: “Certo che lo sono, io ti curo, ti cresco, ti nutro, ti vesto e ti ascolto “  “ – le ha risposto il bambino – ma non sei quella della pancia!”.

E la mamma prontamente rispose: “E’ vero, so che vorresti sapere come è fatta la mamma della pancia. Ma se tu la incontrassi, cosa le chiederesti?”. Ed il bimbo: “Le chiederei: perché mi hai abbandonato?”.

L’adozione  costituisce quasi sempre  uno stravolgimento totale nella vita del bambino, un capovolgimento delle sue abitudini, della sua identità culturale ed affettiva.

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Adozione e mediazione familiare: si può fare

Adozione e mediazione familiare: si può fare

Le tecniche di mediazione dei conflitti familiari sono utilizzabili nei casi di adozione.

Si tratta di una prassi diffusa soprattutto all’estero, volta a facilitare la comunicazione sia tra genitori naturali ed adottivi che tra i due nuclei familiari ed il figlio adottato.

Nei paesi anglosassoni, infatti, l’open adoption prevede l’obbligo in capo ai genitori adottivi di informare il figlio in merito alle proprie origini, rendendo così inevitabile il confronto tra le due famiglie, adottiva e biologica.

Pertanto, la mediazione familiare assume in quei paesi una valenza maggiore rispetto alla realtà italiana, in cui il contatto tra i due nuclei familiari avviene solo in casi particolari.

Le domande che i figli adottivi si pongono sulle proprie origini devono comunque ricevere risposte adeguate, idonee a soddisfare i loro bisogni e tali da non compromettere il rapporto affettivo che si è creato con l’adozione.

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Il paradosso del ripensamento

Il paradosso del ripensamento

Secondo la filosofia orientale chi non cambia mai idea o è il più grande dei saggi o è il più sciocco fra gli stolti.

Ma siamo sicuri che un ripensamento non è mai una cosa sbagliata?

Alla voce ripensamento il  dizionario Sabatini-Coletti scrive: Rinnovata riflessione su qualcosa specialmente alla luce di nuovi fatti, di nuove conoscenze;  cambiamento di idea, di opinione …”.

La possibilità di ingranare la retromarcia è prevista anche dal nostro diritto ed assume la fisionomia del recesso o di diritto al ripensamento nella contrattualistica, mentre in ambito di diritto di famiglia si suole parlare di facoltà di ripensamento o di ritrattazione del consenso prestato.

E’ cronaca recente la notizia della revoca della procedura di adozione della minore partorita e abbandonata dalla suora stuprata.

La vicenda è notissima: una suora congolese viene stuprata da un sacerdote, anche lui congolese, rimasto ignoto e, nel 2011, dà alla luce una bambina che non riconosce.

La bambina viene affidata ad una coppia di coniugi, ma la suora 73 giorni dopo il parto ci ripensa, si pente di averla abbandonata e riconosce la bambina.

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