yLa Baronessa Catherine Ashton, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea, ha recentemente definito  la violenza sulle donne come “la più diffusa violazione dei diritti umani del nostro tempo”.

Siamo di fronte ad un vero e proprio massacro, ad una carneficina che ci coinvolge tutte: mogli, madri, compagne, amanti e figlie.

Se non sei mia non sarai di nessun altro, è il mantra che sta alla base del concetto di amore = possesso di troppi rapporti sentimentali.

Lo ha ben espresso Dacia Maraini scrivendo che “L’amore-possesso, quando è posto in discussione dal pensiero autonomo dell’amata, mette in crisi l’identità stessa dell’amante che, per paura, si trasforma in mostro. Mi rimane la domanda: perché la coscienza sociale, le nostre coscienze, non sono turbate quanto dovrebbero?

In realtà siamo letteralmente terrorizzate da ciò che quotidianamente accade.

Quasi quarantamila denunce in quattro anni.

Il fenomeno della violenza di genere non colpisce più un determinato target di persone, uno specifico gruppo di donne accomunate da una estrema vulnerabilità sia economica che psicologica, come le immigrate, le rifugiate, le disabili, le prostitute, le vittime di tratta ecc.

Questo tipo di violenza colpisce tutte noi, non conosce barriere geografiche e culturali, né di classe o etniche.

Parafrasando una famosa canzone portata alla ribalta da Whitney Houston dobbiamo dire che “We are every woman!”.

Dobbiamo identificarci con ogni donna che soffre e trasformare la loro sofferenza in un grido comune di solidarietà.

Ma cosa si intende per violenza domestica?

Il decreto legge 13 agosto 2013 n. 93 così la definisce : “[…] tutti gli atti, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali e precedenti coniugi o persone legate da relazioni affettiva in corso o pregressa, indipendente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.

Lo scorso 15 ottobre tale decreto è stato convertito nella Legge n. 119 con alcune modifiche, volte alla previsione di nuove ipotesi di reato aggravato ed alla predisposizione di risorse finanziare per la creazione di case-rifugio a tutela delle vittime.

La nuova legge ha previsto, inoltre, l’elaborazione da parte del ministro delle pari opportunità di un piano per il recupero dei cosiddetti soggetti maltrattanti e per la sensibilizzazione dei media all’adozione di codici di autoregolamentazione affinchè l’informazione sia volta al rispetto delle donne.

Il solo intervento legislativo, però, non basta.

E’ diventato indispensabile promuovere campagne di sensibilizzazione per prevenire questo tipo di violenza e per creare e/o potenziare le azioni di sostegno e di integrazione sociale delle vittime.

La commissione europea in tal senso è già attiva dal 1997 con il programma Daphne, attraverso  il quale sostiene finanziariamente tutta l’attività di ricerca, prevenzione e cura delle vittime di violenza domestica.

L’Europa è in prima linea anche con il cosiddetto OPE, ordine di protezione europeo, efficace e concreto strumento di cooperazione che riconosce uguale tutela alle vittime di reati in tutta l’Unione Europea introdotto con la direttiva 2011/99/UE del 13.12.2011.

E’ un sistema utile a punire e ad allontanare gli aggressori, vietando a questi l’accesso ai luoghi ove la persona protetta risiede e applicando restrizioni per quanto concerne il contatto e l’avvicinamento alla vittima.

Gli stati membri devono provvedere al recepimento della direttiva entro l’11 gennaio 2015 ed essa permetterà a chiunque goda di protezione in uno Stato UE di ottenere la medesima protezione anche se si muove in un altro Paese membro.

Cogliamo, quindi, l’invito di Ernesto Che Guevara: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.”