9b3082ab74c8c33c77088b539ffe4d59_unique_id_disegno_famiglia_cmc_image_1Possono chiamarsi unioni matrimoniali, unioni civili, unioni registrate, unioni di fatto, ma  tutte stanno ad indicare un rapporto di coppia.

Le differenzia la regolamentazione e la conseguente gerarchia che ne scaturisce.

Il primo posto lo detiene l’unione matrimoniale, al secondo troviamo la c.d. unione registrata, talvolta definita anche unione civile, sinonimo di una unione ufficializzata senza necessità di contrarre matrimonio.

L’italia non riconosce le unioni registrate così come la Grecia, la Romania, la Bulgaria, la  Polonia,  Malta , Cipro, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania.

Fanalino di coda è  l’unione di fatto che caratterizza un rapporto di convivenza continua anche se la maggior parte dei paesi dell’UE non ha  ancora stabilito quali siano le modalità per provare l’esistenza di una relazione stabile o di una coabitazione duratura.

Le differenze terminologiche sono importanti perché ad ogni definizione corrisponde un insieme di diritti e doveri differenti.

Negli Stati membri che riconoscono le unioni di fatto sono definiti in modo preciso i diritti e doveri in materia di proprietà, successione e assegni alimentari in caso di separazione.

In Italia siamo in alto mare! Ci ha anticipato persino l’India, l’Alta Corte di Madras ha stabilito che “un celibe che ha raggiunto i 21 anni di età e una donna nubile di 18 anni hanno tutte le libertà garantite dalla Costituzione e se decidono di avere una relazione sessuale devono essere considerati come marito e moglie.”

Ma dinanzi  alla incompletezza ed all’incertezza del nostro apparato normativo, la giurisprudenza  supplisce ed interpreta l’evoluzione dei costumi e della società.

Per i conviventi, ad esempio, la legge nulla dispone sul mantenimento in caso di crisi del rapporto, così come non è previsto né il diritto, né l’obbligo  di corrispondere alimenti all’ex convivente che versi in stato di  bisogno.

Ma  il risarcimento dei danni  c.d. endofamiliari per comportamenti crudeli e malvagi   è concesso anche ai conviventi more uxorio.

Significativa in tal senso è la sentenza n. 15481 del 20.06.2013  con cui la Corte di Cassazione sancisce il diritto del convivente a richiedere il risarcimento dei danni per la violazione degli obblighi familiari derivanti dall’unione  di fatto.

“ […] La violazione dei diritti fondamentali della persona […] è, altresì, configurabile, (…) all’interno di una unione di fatto, che abbia, beninteso, caratteristiche di serietà e stabilità, avuto riguardo alla irrinunciabilità del nucleo essenziale di tali diritti, riconosciuti, ai sensi dell’art. 2 Cost., in tutte le formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo “.

E’ un piccolo passo in avanti, ma la tutela dei propri diritti passa anche attraverso la prevenzione, ovvero attraverso l’utilizzazione di quei strumenti contrattuali nati per la regolarizzazione dei rapporti patrimoniali come il contratto di convivenza.

La legge tace in proposito e quindi tali rapporti sono regolati dall’autonomia privata alla stregua dei “contrats de menage” francesi o dei “cohabitation  agreements” inglesi.

Non dimenticate, però, di inserire una clausola di risoluzione espressa del contratto nel  caso in cui uno dei due partner abbandoni la vita in comune.

Se non altro eviterete il panico scaturito dalla fatidica espressione “finchè morte non ci separi“!