27 giugno 2016 Francesca Forani

La dissoluzione del “menage” familiare nella convivenza

Quando finisce un amore…”, recitava una nota canzone di Riccardo Cocciante, “senza una ragione ne’ un motivo, senza niente ti senti un nodo nella gola, ti senti un buco nello stomaco, ti senti un vuoto nella testa e non capisci niente …”, ti senti persa o perso e cominci a pensare all’assegno di mantenimento, aggiungiamo noi.

Cosa succede se la convivenza  finisce?

In caso di cessazione della convivenza di fatto, la legge Cirinnà disciplina al comma 65 il diritto agli alimenti.

Ma attenzione, sarà il giudice a stabilire il diritto del convivente agli alimenti e lo farà solamente in presenza di due requisiti: lo stato di bisogno del convivente o l’incapacità del medesimo di provvedere al proprio mantenimento.

convivenza

La durata dell’obbligo alimentare sarà, poi, proporzionale alla durata della convivenza e la misura degli alimenti sarà parametrata a quella contenuta nell’art. 438 c.c.

Tale articolo, infatti, individua come parametro di riferimento sia lo stato di bisogno del convivente che chiede gli alimenti, che le condizioni economiche dell’altro convivente che dovrà somministrarli, e specifica che tali alimenti non dovranno superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto riguardo alla sua posizione sociale.

La riforma stabilisce infine che “[…] l’obbligo alimentare del convivente è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.

L’ex convivente, cioè, dovrà provvedere all’obbligo alimentare prima dei fratelli e delle sorelle della persona in stato di bisogno.

E se invece i conviventi hanno stipulato un contratto?

In che modo potranno decidere di interromperlo?  E con quali conseguenze?

I conviventi previdenti potrebbero inserire nel contratto accordi che fissino le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza, evitando così, nel momento della frattura, discussioni, rivendicazioni e problematiche che spesso diventano  inevitabili quando un amore finisce.

Ad ogni modo il contratto di convivenza può sciogliersi su accordo delle parti o per recesso unilaterale.

In entrambi i casi la volontà delle parti dovrà risultare per iscritto.

L’eventuale accordo di risoluzione del contratto di convivenza dovrà assumere, a pena di nullità, le forme dell’atto pubblico o di scrittura privata autenticata, così come  la volontà di recesso unilaterale dal contratto di convivenza dovrà essere inoltrata per iscritto all’altra parte.

Qualora la casa comune sia nella disponibilità esclusiva della parte che intende recedere, la dichiarazione di recesso dovrà contenere, anch’essa a pena di nullità, un termine non inferiore a 90 giorni  per permettere all’altro convivente di lasciare l’abitazione.

Le ulteriori cause di risoluzione del contratto di convivenza sono individuate nella eventuale celebrazione di un matrimonio o di una unione civile tra i conviventi medesimi o tra un convivente ed un’altra persona.

Anche nel caso di morte di uno dei contraenti, il contratto di convivenza si intende risolto.

E’ proprio vero che in ogni addio, come diceva George Eliot, vi è l’immagine della morte.

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