12 maggio 2014 Francesca Forani

Vietato imporre ai figli la nuova religione del padre separato

C’è una sola religione, benché ne esistano un centinaio di versioni”, diceva G. Bernard Shaw.

Professare liberamente il proprio credo religioso è un diritto inviolabile previsto e tutelato dalla nostra Costituzione.

Ognuno di noi può manifestare il proprio pensiero religioso con qualsiasi mezzo, in pubblico ed in privato, con il solo limite del rispetto del buon costume.

E’ l’art. 19 della Costituzione che distingue il concetto di libertà religiosa nel diritto di professare la propria fede in forma individuale e/o collettiva, nel diritto di  fare propaganda della propria fede religiosa ed, infine, nel diritto di esercitare in pubblico od in privato il culto, con il solo limite dei riti contrari al buon costume.

religioneLa libertà di avere un credo religioso o di non averne alcuno, senza che da ciò ne scaturiscano conseguenze sanzionatorie o discriminatorie, significa anche avere la libertà di ricredersi e, quindi, avere il diritto di modificare la propria appartenenza confessionale.

Così come fare proselitismo, ovvero propaganda della propria fede cercando di convertire gli altri al proprio credo religioso allo scopo di acquisire nuovi adepti, è una manifestazione della libertà religiosa, purché non si utilizzino pratiche di condizionamento psicologico su persone immature e disorientate.

All’interno della famiglia la libertà religiosa connota i rapporti tra i coniugi e quelli tra genitori e figli.

Il passaggio da una religione all’altra non può essere considerato motivo di addebito della separazione, perché la libertà di cambiare religione è parte integrante del diritto di libertà religiosa.

Ovviamente se l’adesione al nuovo credo religioso comporta la violazione dei doveri di coniuge o di genitore e ne costituisce una causa di allontanamento dalla casa coniugale, si concretizza una ipotesi di addebito della separazione in quanto tali comportamenti non possono essere qualificati come esercizio della propria libertà religiosa.

Inoltre, i genitori nel mantenere, istruire ed educare i figli, hanno anche l’onere di occuparsi della formazione di una libera coscienza religiosa dei propri figli.

Possono impartire ai figli i precetti della religione che ritengono più opportuna o instradarli verso l’ateismo, l’importante, però, è che tale educazione rappresenti solamente una forma di avviamento che consenta al figlio il diritto di scegliere la propria vita religiosa.

Inoltre, deve essere bandita qualsiasi forma di fanatismo che influisca in modo sfavorevole sull’equilibrio psichico di soggetti in età evolutiva.

Significativa e degna di nota in questo senso è la sentenza della Corte di Cassazione n. 24683/2013, che ha rigettato il ricorso di un padre separato contro il divieto, disposto nei suoi confronti dalla Corte d’appello di Milano, di far partecipare le proprie figlie alle “Adunanze del Regno”, alle quali egli prendeva parte da quando aveva aderito dopo la separazione dalla convivente, madre delle bambine.

La Cassazione  ha ritenuto che l’età delle figlie non consentisse loro di praticare una scelta confessionale veramente autonoma e fosse inopportuno uno stravolgimento di credo religioso che non potesse essere elaborato con la necessaria maturità, considerato che le minori avevano vissuto […] in un contesto connotato dal credo religioso cattolico”.

Non è stato affatto negato al padre convertito il diritto di professare la propria religione ma sono state adottate le prescrizioni più idonee per assicurare la corretta formazione psicologica ed affettiva delle minori.

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