14 aprile 2014 Francesca Forani

Nascere per contratto. Fecondazione eterologa

L’ epoca in cui viviamo è stata qualificata come “l’età della inflazione dei diritti”.

La dilagante tendenza a riconoscere ai nostri più disparati desideri e bisogni, più o meno legittimi, la valenza di diritti da tutelare, ne è la testimonianza più attendibile.

L’aspirazione ed il legittimo desiderio di diventare genitori possono configurare un diritto alla procreazione?

La Costituzione italiana non enuncia espressamente tale diritto, ma prevede disposizioni che tutelano la famiglia e la maternità.

Di conseguenza, la procreazione viene configurata come un diritto fondamentale della persona che si esplica mediante l’accesso ad informazioni e metodi di contraccezione o di regolazione della fertilità ed  il diritto di scegliere liberamente se e quando avere figli.

pancione fecondazione eterologaL’avvento della tecnologia riproduttiva ha consentito, inoltre, di avere una riproduzione senza sessualità, così  come la diffusione dei metodi contraccettivi ha permesso di vivere una sessualità senza procreazione.

Si è definitivamente sciolto il binomio sessualità-riproduzione, così come si è assistito ad uno scollamento tra momento procreativo e matrimonio (si pensi ai casi di adozione e di fecondazione medicalmente assistita effettuata da single o da coppie di fatto eterosessuali e omossessuali).

Fino ad oggi, il nostro ordinamento ha posto dei limiti alla liceità di alcune pratiche di fecondazione assistita  imponendo il c.d. divieto di fecondazione eterologa, definitivamente dichiarato incostituzionale, qualche giorno fa, dalla pronuncia della Corte Costituzionale.

La dichiarata illegittimità della norma della Legge 19 febbraio 2004, n. 40 (articoli 4, comma 3, 9, commi 1 e 3 e 12, comma 1), che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta, costituisce un passo importante verso il diritto di essere genitori a tutti i costi, proprio di una logica e mentalità che ormai ritiene moralmente lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.
Quindi, se è possibile ricorrere a tutti i mezzi offerti dalla scienza per la cura della sterilità al fine di garantire il proprio diritto procreativo, è altresì possibile, per la donna che non è in grado di portare a termine una gravidanza, ricorrere all’utilizzazione del corpo di un’altra donna?

L’utilizzo del corpo altrui non integra un ipotesi terapeutica, ma costituisce un vero e proprio atto giuridico esposto ai limiti di legittimità e di liceità.

Questo particolare tipo di fecondazione assistita, denominata surrogazione di maternità, nella quale le funzioni di riproduzione femminili (produzione dell’ovocita e la gestazione del feto) vengono affidate dalla madre committente alla madre surrogata, sarà al centro del nuovo dibattito culturale e giuridico.

Caduto l’ultimo baluardo contro la fecondazione eterologa, probabilmente si comincerà a valutare concretamente, anche in Italia, la possibilità di  contrattualizzare le varie forme di procreazione, mediante la stipulazione di accordi di maternità surrogata finalizzati all’assunzione dell’obbligo di portare a termine una gravidanza per conto di una coppia sterile.

Fino ad ora, nel silenzio della legge in merito alla liceità o meno della surrogazione di maternità attuata all’estero da cittadini italiani, essa è stata ammessa.

L’orientamento giurisprudenziale maggioritario si è dimostrato favorevole alla trascrizione dei certificati di nascita formati negli Stati esteri di figli generati attraverso l’inseminazione eterologa ovvero attraverso la maternità surrogata.

L’attribuzione della maternità o della paternità non è più concepito esclusivamente come un fatto naturale, ma diventa un fatto istituzionale, così come  il concetto di maternità sociale prevale su quello di maternità biologica.

Il rapporto giuridico instauratosi tra la madre surrogata e i figli, prevarrà sul vincolo di sangue della madre biologica che ha rinunciato esplicitamente a ogni diritto sul figlio consegnato alla coppia committente come previsto dal contratto di surrogazione sottoscritto.

Tutto ciò inevitabilmente ci porta verso una spersonalizzazione della procreazione e ad una moltiplicazione delle figure materne e paterne.

Ma poi siamo così sicuri che “l’utero in affitto”  non ci distolga dalla grande responsabilità di diventare genitori capaci e accoglienti?

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