31 marzo 2014 Francesca Forani

Il paradosso del ripensamento

Secondo la filosofia orientale chi non cambia mai idea o è il più grande dei saggi o è il più sciocco fra gli stolti.

Ma siamo sicuri che un ripensamento non è mai una cosa sbagliata?

Alla voce ripensamento il  dizionario Sabatini-Coletti scrive: Rinnovata riflessione su qualcosa specialmente alla luce di nuovi fatti, di nuove conoscenze;  cambiamento di idea, di opinione …”.

La possibilità di ingranare la retromarcia è prevista anche dal nostro diritto ed assume la fisionomia del recesso o di diritto al ripensamento nella contrattualistica, mentre in ambito di diritto di famiglia si suole parlare di facoltà di ripensamento o di ritrattazione del consenso prestato.

E’ cronaca recente la notizia della revoca della procedura di adozione della minore partorita e abbandonata dalla suora stuprata.

La vicenda è notissima: una suora congolese viene stuprata da un sacerdote, anche lui congolese, rimasto ignoto e, nel 2011, dà alla luce una bambina che non riconosce.

La bambina viene affidata ad una coppia di coniugi, ma la suora 73 giorni dopo il parto ci ripensa, si pente di averla abbandonata e riconosce la bambina.

ripensamentoIl mancato riconoscimento di un minore determina l’immediata dichiarazione dello stato di adottabilità ed il conseguente affidamento ad una coppia di coniugi ai sensi dell’art. 11 della legge n. 184 del 1983.

La finalità di tale disposizione di legge è quella di garantire al minore abbandonato perché non riconosciuto alla nascita, un celere inserimento in un contesto familiare che provveda al suo necessario sostentamento materiale ed affettivo.

Ma cosa succede se, nelle more del procedimento volto ad accertare lo stato di adottabilità, la madre ci ripensa e decide di riconoscere il proprio figlio?

Se il sedicente genitore richiede un termine per provvedere al riconoscimento, la procedura di adozione deve essere sospesa per un periodo non superiore a due mesi.

Va da sé che il diritto al ripensamento del genitore debba essere esercitato entro limiti temporali ben definiti per evitare qualsiasi pregiudizio all’interesse superiore del minore.

La legge, tuttavia, non prevede alcun termine di decadenza, ma è ovvio che tale richiesta di sospensione può essere validamente vantata esclusivamente in pendenza del procedimento adottivo.

E’ pur vero che, se da un lato non è possibile negare alla madre il diritto di partorire in anonimato, d’altro canto il mancato immediato riconoscimento del proprio figlio non può rappresentare un indice significativo di abbandono e di per sé essere considerato condizione necessaria e sufficiente per una dichiarazione di adottabilità.

La manifestazione di volontà di non rivelarsi, espressa dalla madre biologica prima della instaurazione del procedimento adottivo abbreviato, non estingue in modo irreversibile il suo diritto indisponibile alla genitorialità giuridica, ne è in grado di precludere un successivo riconoscimento del figlio, purchè ciò avvenga entro i termini e nei modi previsti dall’art. 11, L. n.184/1983 […]” (Cass., Sez. I Civile, 7 febbraio 2014, n.2802).

Alla luce di quanto espresso, la Suprema Corte rileva, inoltre, che i dati normativi di riferimento non “legittimano premature volontà negoziali stragiudiziali con effetto definitivamente dismissivo dei diritti alla genitorialità giuridica ed al riconoscimento del figlio, nonchè delle correlate facoltà processuali, che, inoltre, non precludono il diritto al ripensamento ed alla resipiscenza della madre che, nell’immediatezza del parto, abbia optato per non essere nominata nella dichiarazione di nascita del figlio e contestualmente dichiarato di non volersi avvalere del previsto termine di sospensione della procedura adottiva, e che, una volta che il riconoscimento materno sia tempestivamente intervenuto nel corso della medesima procedura e prima della sua definizione, non consentono nemmeno di annullarne gli effetti che la norma vi ricollega e segnatamente quello di indurre la chiusura del procedimento abbreviato in questione”

E’ evidente, dunque, la predilezione per il mantenimento del rapporto tra il genitore biologico ed il figlio e lo sfavore per ogni decisione che precluda definitivamente al genitore l’esercizio delle propria genitorialità giuridica.

Ma siamo sicuri che la Suprema Corte non stia sopravvalutando i diritti di quei genitori poco responsabili che hanno procrastinato il riconoscimento dei propri figli?

E chi pensa al diritto del bambino di non veder recise quelle relazioni familiari che nel frattempo si sono formate in conseguenza di un provvedimento di affido pre-adottivo ?

La neuropsichiatria infantile ci esorta a non scherzare con i legami di attaccamento.

Questi legami si stabiliscono nei primi anni di vita tra il bambino e la persona che si prende costantemente cura dei suoi bisogni fisiologici e psicologici, la loro repentina scissione è causa di gravi disturbi psichici per il bambino che si manifesteranno con l’insorgenza di psicosi difficili da arginare.

Il paradosso del ripensamento.

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