20 gennaio 2014 Francesca Forani

I figli del femminicidio: l’altra faccia della medaglia

Le cose andranno male fin quando ai bambini non sarà concesso di scegliere i propri genitori.” (Giovanni Soriano, Maldetti. Pensieri in soluzione acida, 2007)

In Italia non esiste una legge che tuteli gli orfani del femminicidio.

Sono più vittime delle stesse vittime ma di loro non si parla.

Le statistiche dicono che l’82% delle vittime di femminicidio sono madri con figli minorenni che hanno assistito alle violenze subite in famiglia.

Ci siamo mai chiesti quale sarà il loro futuro, e soprattutto, se avranno un futuro?

I figli del femminicidio vengono generalmente affidati ai parenti più prossimi come zii e nonni e trattati , in assenza di regole precise e specifiche, alle stregua degli altri minori abbandonati o privi di genitori adeguati.

Ma le loro storie sono differenti, il loro trauma è più drammatico, le loro ferite sono più profonde, difficilmente rimarginabili e con conseguenze irreversibili.

bambola femminicidioGli psicologi che hanno studiato il fenomeno hanno segnalato l’altissimo rischio di disturbo post-traumatico da stress cronico con tendenza al suicidio, all’abuso di sostanze stupefacenti, alcool, oltre ad una spiccata tendenza alla criminalità, violenza e prostituzione che colpisce la quasi totalità dei c.d. orfani del femminicidio.

Switch-off è il primo progetto europeo che si occupa di questa problematica; nel sito www.switch-off.eu leggiamo: “[…] non possiamo dire se la perdita di un genitore in questo modo è peggiore di qualsiasi altra cosa, ma sappiamo che gli orfani del femminicidio hanno un estremo bisogno di essere ascoltati e capiti: le loro vite sono state improvvisamente <spente>. Non hanno nessuno a cui dare la colpa se non ai loro padri, e questo è, di per sé, devastante e non riduce il trauma, ma lo accentua.“.

Servono reti di supporto specializzate che possano garantire sostegno psicologico, legale ed economico mirato allo specifico target  vittimiologico.

La costituzione di fondi dedicati, che consentano e/o facilitino l’ingresso nel mercato del lavoro ai figli del femminicidio, sarebbe il primo e concreto passo per restituire loro quel briciolo di speranza per credere ancora che la vita è bella e, nonostante tutto, merita di essere vissuta.

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