16 dicembre 2013 Francesca Forani

Questioni da porci: non è punibile la moglie che insulta l’ex con l’epiteto suino

“Le offese che evocano gli epiteti animali hanno un’obiettiva valenza denigratoria in quanto, assimilando un essere umano a un animale, ne negano qualsiasi dignità in un processo di reificazione e di assimilazione a una res comunemente ritenuta disgustosa o comunque di disumanizzazione” (Cassazione, V sez. penale, sentenza n. 44966/2012).

Attenzione, quindi, a proferire insulti “bestiali”, rabbiosi ed istintivi: insultare è un’arte e, come tale, deve essere appresa con cura e determinazione.

Dare del “ciuccio” al proprio studente svogliato ed incapace, anziché apostrofarlo come “asino”, produce effetti giudiziari differenti, così come definire “pachiderma” la propria suocera, anziché “balena”, è rilevante ai fini dell’assoluzione per il reato di ingiuria.

Ovviamente, se ci sentiamo dire “sei un’aquila” o “sei una lince” non possiamo che rallegrarcene, essendo questi appellativi riferiti a quelle straordinarie capacità animali riscontrabili rispettivamente nella acuta intelligenza e nella eccezionale vista.

Ma sentirsi dare dei “porci”, anche se a ragione, può spingerci a denunciare il nostro interlocutore per ingiuria e/o diffamazione, ritenendoci offesi nel nostro più profondo senso dell’onore e del decoro.

porciL’utilizzo di questo epiteto altamente denigratorio ci fa immediatamente associare il soggetto a cui si attribuisce  ad una persona o grassissima, estremamente sporca, oziosa, o ad una persona moralmente sudicia, viziosa,volgare al limite dell’indecenza.

E probabilmente pensava a ciò la ex moglie nell’apostrofare con “porco” l’ex marito sorpreso a casa con una donna, in barba all’accordo intercorso tra i due ex coniugi di non portare nelle rispettive contigue abitazioni i propri amanti.

La Corte di Cassazione Penale, con sentenza n. 49512 del 9.12.2013, ha così confermato la pronuncia del Giudice di Pace di Troina che, evidenziando il rancore esistente tra gli ex coniugi, ha ritenuto scriminato il comportamento ingiurioso dell’imputata perché provocata dal comportamento dell’ex, che contravveniva spudoratamente all’accordo intercorso tra i medesimi di non ospitare “estranei con cui si intrattenevano relazioni nelle rispettive abitazioni”.

Tale comportamento provocatorio dell’ex marito è stato considerato dalla Suprema Corte come un “fatto ingiusto” in quanto contrario alle regole della lealtà familiare.

Rivalutiamo, quindi, gli epiteti bestiali ma non dimentichiamoci che, parafrasando una frase attribuita a Winston Churchill, il cane ci guarda dal basso in alto, il gatto dall’alto in basso, ma il maiale da pari a pari.

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