2 settembre 2013 Francesca Forani

IN THE NAME OF LOVE. A proposito di adozione

adozione-bambiniPhilomena Lee  è una donna coraggiosa decisa a ritrovare il proprio figlio che è stata costretta a dare in adozione.

Philomena è il titolo dell’ultimo film di  Stephen Frears tratto dal libro di Martin Sixsmith intitolato “The Lost Child of Philomena Lee” presentato al 70 ‘ Festival del Cinema di Venezia, che spero presto avremo il piacere di vedere nelle nostre  sale cinematografiche.

Per il momento accontentiamoci di leggere le recensioni che lo definiscono un vero capolavoro.

Inspirato ad una storia vera, il film è un viaggio verso la ricerca della verità compiuto dai due protagonisti: una donna di umili origini, ripudiata dalla famiglia per aver commesso l’imperdonabile e vergognoso atto di partorire un figlio nato fuori dal matrimonio ed un giornalista che l’aiuta nella ricerca del figlio perduto.

La storia ci offre tanti spunti di riflessione su temi molto attuali e controversi.

Primo fra tutti l’ equiparazione fra figli Iusti  (legittimi) e figli vulgo concepti  (figli naturali) sancita dalla recente Legge n. 219 del 10.12.2012, che ha stabilito che tutti i figli hanno il medesimo stato giuridico [vedi anche art. “Parenti serpenti”]  e la problematica dell’adozione.

Il termine Adottare deriva dal latino ADOPTARE composto dalla particella AD che indica il fine ed il verbo OPTARE che assume il significato di scegliere.

Quindi, nella terminologia giuridica il verbo adoptare assume la connotazione specifica di eleggere, scegliere,  prendere in virtù di un atto solenne come figliolo legittimo, chi non lo è per natura.

L’adozione è un istituto molto antico, conosciuto dalle società preromane; si pensi che già il codice di Hammurabi nel 2000 a.c. parlava di adozione intesa come passaggio di un soggetto da un nucleo familiare all’altro.

Nell’antica Roma l’adozione raggiunge una notevole importanza sia sotto il profilo familiare, che politico con il precipuo fine volto alla conservazione del nome di famiglia ed alla acquisizione della qualifica di eredi.

Nel diritto romano la famiglia con il suo patrimonio costituiva un elemento di forza e di importanza politica; la mancanza di figli naturali poteva determinare l’estinzione della famiglia con l’eventuale e conseguente dismissione dell’intero patrimonio.

L’istituto della adozione aveva una evidente finalità patrimoniale,  legata alle esigenze di  perpetuazione del nomen familiae , dei titoli e dei possessi.

Forse non tutti sanno che solamente a partire dal 1942 in Italia venne introdotta per la prima volta la possibilità di adottare  minorenni.

Ma si deve attendere la legge n. 184 del 1983, perché l’istituto dell’adozione  cessi definitivamente di essere considerata esclusivamente come strumento idoneo a conseguire gli interessi degli adulti al fine di creare una discendenza o di mantenere all’interno delle mura domestiche proprietà e prestigio.

La nuova cultura dei diritti dell’infanzia, ed  in particolare il diritto del minore alla famiglia, hanno determinato quella che fu definita una vera e propria rivoluzione copernicana dell’adozione nel nostro paese.

Finalmente il minore veniva posto al centro  con il proprio diritto ad avere una famiglia, seppur adottiva, in caso di abbandono  accertato giudizialmente.

Il ruolo centrale della famiglia nella crescita di ciascun individuo viene definitivamente ribadito anche nel nuovo testo della legge 184 così come novellata nel 2001 dalla legge n. 149 del 28 marzo.  All’articolo 1, infatti, intitolato  “diritto del minore ad una famiglia “  si prevede  la garanzia per il minore a vivere, crescere ed essere educato all’interno di una famiglia “senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento”.

Adottare non significa più scegliere ma accogliere: la cultura patrimonialistica propria  dell’originario istituto dell’adozione, viene sostituita dalla cultura dell’accoglienza e della solidarietà.

Ed è proprio in questa ottica che è stata lanciata dall’Associazione Amici dei bambini (Aibi), la proposta di candidare la famiglia adottiva al Nobel per la Pace 2015.

Il prestigioso premio Nobel per tutte quelle famiglie che, sottolinea Aibi, “si fanno quotidiano carico del dialogo, della comprensione, della cura, dell’integrazione interculturale e interrazziale, giorno per giorno, dentro la loro casa”. “Senza proclami o roboanti dichiarazioni di principio, costruiscono una società dell’accoglienza a partire dalla pratica, dalla ‘normale’ e straordinaria vita domestica”.

Un passo importantissimo, continua Aibi, “per cambiare la mentalità corrente sull’adozione: non più un atto privato della coppia, ma un atto di giustizia, che ristabilisce un diritto negato e, per troppo tempo, disatteso, il riconoscimento che ogni minore deve vivere con un padre e una madre”.

Un passo importantissimo, diciamo noi, perché l’adozione diventi un istituto per una convivenza costruita “ In nome dell’Amore.”

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Comments (5)

  1. Adriana M.

    Molto interessante, grazie! Non conoscevo affatto la storia dell’istituto delle adozioni dalle origini e come permettesse di trasferire il patrimonio nel caso di mancanza di figli naturali. E soprattutto che solo dal 1942 è stata introdotta la possibilità di adottare minorenni. Candidare la famiglia adottiva al Nobel per la Pace 2015 sarebbe un riconoscimento doveroso e meritato.
    Per la mia esperienza accogliere un bambino in famiglia e farlo accettare nella società è un’impresa piena di ostacoli soprattutto quando si tratta di etnie diverse dalla nostra.

  2. Mariella

    Il Nobel per la Pace alla famiglia adottiva è un primo passo sulla strada per l’accoglienza. Quante difficoltà da superare per l’inserimento nel quotidiano. Tra bambini non ci sono freni e le parole dette senza riflettere possono facilmente ferire chi non si sente uguale agli altri semplicemente perché non ha un papà ed una mamma naturali o il colore della pelle diversa.

  3. patty

    Le barriere culturali sono radicate e purtroppo oltre alla volontà ci vuole tempo per superarle!

  4. Luca

    Cambiare anni di pregiudizi per la generazione cui appartengo intorno ai cinquanta anni non è facile. Ma ormai i nostri figli si trovano di fatto a vivere in una società multirazziale ed è giusto trovare la maniera più civile per accogliere tutti con amore trovando gli aspetti positivi che arricchiscono vicendevolmente.

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