25 giugno 2013 Francesca Forani

Chi sono? Identità degli adottati

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Chi sono? E’ la domanda più antica dell’essere umano.

Se la sono posti poeti, cantautori, filosofi, psicologi, sociologi, tutti alla ricerca della propria identità e della propria vera essenza.

Sapere dov’è l’identità è una domanda senza risposta”, diceva Jose Saramago.

Niente di più vero per gli adottati.

Ad un certo punto della loro esistenza, infatti, sorge impellente la necessità di conoscere le proprie origini familiari, le proprie radici al fine di ricostruire la propria storia personale per raggiungere una completa conoscenza di sé.

Questo diritto, però, si scontra con la normativa nazionale che non consente al figlio adottato e non riconosciuto alla nascita di accedere all’identità dei propri genitori biologici, considerando prevalente l’interesse del genitore di conservare l’anonimato rispetto all’interesse del figlio di conoscerne l’identità.

Tale divieto non opera per i figli adottivi riconosciuti alla nascita, i quali possono avere accesso alle informazioni che riguardano le proprie origini e l’identità dei propri genitori di sangue al raggiungimento del  25esimo anno di età.

L’art. 250 del codice civile e l’art. 28, comma 7, della legge 184/1983 conferiscono espressamente ad una donna la possibilità di chiedere l’anonimato del parto e il segreto sulla sua identità che viene integralmente tutelato, salvo autorizzazione espressa dell’autorità giudiziaria.

L’anonimato dura 100 anni, poi è possibile accedere all’atto di nascita.

E’ evidente come il diritto del figlio di conoscere le proprie origini si scontra con l’interesse della madre a conservare l’anonimato per tutelare la propria salute partorendo in condizioni sanitarie adeguate.

Tuttavia l’esigenza che l’ordinamento tende a tutelare  è, da un lato,  la salute della madre e del minore durante la gravidanza e il parto e, dall’altro, evitare aborti clandestini o abbandoni «selvaggi».

La Corte Europea dei diritti Umani ha, però, ritenuto che la normativa italiana non “dà alcuna possibilità al figlio adottivo e non riconosciuto alla nascita di chiedere l’accesso ad informazioni non identificative sulle sue origini o la reversibilità del segreto. In queste condizioni, la Corte ritiene che l’Italia non abbia cercato di stabilire un equilibrio e una proporzionalità tra gli interessi delle parti in causa e abbia dunque oltrepassato il margine di discrezionalità che le è stato accordato. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei dritti dell’uomo”(CEDU n. 33783/2012).

L’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare senza alcuna ingerenza di autorità pubblica “a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

Quindi, agevolare gli adottati ad accedere alle proprie origini significa favorire la ricostruzione della loro identità e  della loro memoria.

Il  duro monito della Corte Europea dei diritti dell’Uomo dovrà spronare il nostro governo a non consentire  più che esistano figli senza ricordi, senza storia e quindi  senza passato.

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