13 maggio 2013 Francesca Forani

Le parole del diritto

vignetta raffigurante uomo che insegue delle letterePindaro diceva che le parole hanno vita più lunga che i fatti.

Parola è potere.

In Lapponia ci sono degli sciamani chiamati dottori della parola perché riescono a guarire con il potere delle parole e delle canzoni.

Lo stesso dicasi del potere dei mantra.

Nessuna parola però è immobile, le parole cambiano e nel loro mutare muta la cultura  che si trasmette attraverso la lingua.

Numerosi sono i legami che uniscono la lingua al diritto. I giuristi hanno dato un fondamentale contributo alla elaborazione della lingua adattandola ai bisogni del diritto.

La parola ha un ruolo importantissimo nel diritto, è, infatti, lo strumento essenziale  per definire e creare le relazioni giuridiche.

Si pensi al concetto di patria potestà, con questa parola si configurava la figura del padre come delegato dello Stato nella educazione dei figli.

La donna non veniva affatto considerata, era relegata totalmente nel ruolo di sudditanza assoluta dell’uomo, padre e marito.

Questo concetto giuridico esprimeva una potere assoluto del padre sui figli e sulla donna che si traduceva in inferiorità spirituale, culturale ed economica.

Nel  1975 la locuzione patria potestà viene sostituita dalla potestà genitoriale , intesa come piena titolarità  di entrambi i genitori di tutelare l’interesse dei figli equiparando in doveri e dignità le figure del padre e della madre.

Gli aspetti giuridici si intrecciano con le parole che esprimono dei concetti e creano diritti e doveri, modificano gli interessi coinvolti e trasformano la cultura ed il substrato sociale.

Le parole figli legittimi e figli naturali, che fino ad oggi hanno caratterizzato due tipologie di discendenza, una di serie A (legittima) ed una di serie B (naturale), con la Legge n. 219 del 2012 , entrata ufficialmente in vigore il 1°gennaio 2013,  non hanno più titolarità.

Gli aggettivi legittimi e naturali sono stati eliminati e le parole figli legittimi e figli naturali, ovunque ricorrano nel codice civile, debbono essere sostituiti dalla parola figli.

Modificando la parola si innova il diritto  introducendo  un condizione unitaria di figlio, senza più alcuna distinzione nominale e  sostanziale.

Con l’eliminazione degli aggettivi viene sancita  l’assoluta parità tra figli naturali, figli legittimi e figli adottivi.

Le parole non descrivono solo un concetto giuridico, anzi lo creano, innovando una condizione sociale e culturale, migliorando uno status, dirimendo conflitti ed eliminando discriminazioni.

Ed allora “abraq ad habra” che in aramaico significa “ creo quello che dico”.

 

 

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